Rondini montane

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Con il termine “convergenza evolutiva” si intende quel fenomeno per cui spesso in natura avviene che due specie di animali appartenenti a ordini diversi finiscono con l’assomigliarsi molto, non solo sul piano estetico, per forma e colore, ma anche per le abitudini alimentari e per le caratteristiche degli ambienti che frequentano.

È così che rondoni e rondini vengono comunemente considerati come appartenenti alla stessa famiglia. Nonostante le somiglianze siano senza dubbio grandi, gli studiosi mettono innanzitutto in rilievo gli aspetti che li differenziano, e così i Rondoni vengono raggruppati in un ordine a parte, quello degli apodiformi [letteralmente senza piedi, a causa della brevità delle loro zampe], mentre le rondini rientrano nell’ordine dei passeriformi, quello che annovera la maggior parte delle specie di uccelli viventi.

La struttura estremamente aerodinamica del Rondone [Apus apus] e il Rondone alpino [Apus melba], le cui ali sono più lunghe e più strette di quelle delle rondini, così come sono diversi i rapporti di lunghezza tra l’omero, l’ulna e il carpo, quest’ultimo assai sviluppato, rappresentano uno straordinario perfezionamento evolutivo di adattamento al volo planato.

Ogni specializzazione estrema porta con sé vantaggi e svantaggi: se possono essere considerati tra i meglio adattati al volo planato, e di loro, come per pochi altri, si può dire che hanno letteralmente conquistato i cieli, tanto che la loro vita è quasi esclusivamente aerea, la riduzione funzionale degli arti inferiori ha negato loro la possibilità di “ritorni” alla vita terrestre o arboricola, che quasi tutti gli uccelli meno specializzati hanno mantenuto.

Ai rondoni è impedito infatti di posarsi sulla terraferma o sugli alberi, salvo rimanere per qualche tempo a riposare aggrappati a superfici ruvide verticali, come cortecce o muri; ma anche ciò accade assai di rado. L’unico periodo in cui stanno  forzatamente “a dimora” è quello riproduttivo.

Tutte le loro funzioni vitali, dall’alimentazione all’accoppiamento, vengono svolte in volo, compreso il sonno, a cui dedicano brevi momenti della loro vita aerea.

Perfettamente adattato a questa vita, si nutre di tutti i tipi di insetti che costituiscono l’aeroplancton, abbondanti con il bel tempo ma difficili da trovare quando il tempo volge al brutto, per cui i rondoni possono aver bisogno, in certi periodi, di fare spostamenti di parecchi chilometri per reperire quanto necessario per alimentarsi, anche quando hanno i piccoli da svezzare.

Perché tali lunghe assenze non costituiscano fattori di pericolo per i piccoli al nido, questi hanno sviluppato una straordinaria peculiarità adattativa: sono in grado di rimanere digiuni anche per lunghi periodi, utilizzando le loro risorse individuali di grasso, e se necessario riducono anche drasticamente la loro temperatura corporea, tanto da cadere in una sorta di torpore simile al letargo, in attesa del rientro dei genitori.

Le rondini che sono presenti nei nostri territori sono quattro: la Rondine vera e propria [Hirundo rustica], la Rondine montana [Hirundo rupestris], il Balestruccio [Delichon urbica] e il Topino [Riparia riparia].

La prima a tornare, dopo la migrazione, è la rondine montana. Poco gregaria, frequenta zone montagnose, ma anche scogliere e isole, e costruisce il suo nido a mo’ di coppa, come la rondine comune, sulle pareti rocciose, anche a picco. Insettivora come le altre rondini, ricerca il cibo in volo ma anche tra le crepe delle rocce, un po’ come potremmo veder fare al picchio muraiolo. Nella colorazione bruna del dorso sembra un po’ al topino, ma se ne distingue per la maggior mole e per il piumaggio delle parti inferiori uniformemente chiaro, dalla gola all’addome, mentre nel topino si nota un evidente collarino bruno che divide il bianco della gola da quello dell’addome.

Il topino lo troviamo in aperta campagna, comunque sempre in prossimità di corsi d’acqua o di canali. È il più piccolo del gruppo ed è molto gregario. La sue colonie sono spesso assai numerose, specialmente nel periodo riproduttivo, e i loro nidi sono scavati in brevi gallerie nella terra delle pareti delle cave o degli argini dei fiumi. Un’abitudine, questa, che lo accomuna al martin pescatore e ai gruccioni.

Se questi due rappresentanti della famiglia delle rondini sono poco conosciuti, in quanto non legati alla presenza dell’uomo e alle sue abitazioni, gli altri due, la rondine e i balestrucci, con i rondoni, sono quelli che più ci trasmettono, con i loro gridi e i loro voli, il senso della libertà e della gaiezza, e frequentano, nel periodo della riproduzione, i tetti delle nostre case.

La più bella della famiglia, se è lecito esprimersi in questo modo, è senz’altro la rondine. Le sue linee slanciate, la sua coda biforcuta e i suoi colori, così marcati nei contrasti e dai riflessi iridescenti le conferiscono un tratto di fine eleganza.

Purtroppo se ne è riscontrata una sensibile rarefazioni, dipendente dal fatto che l’igiene dei luoghi di lavoro agricolo ha confinato a sempre più ridotti territori di campagna gli allevamenti e l’utilizzo nel lavoro dei campi di metodi tradizionali, un paradiso per le mosche e altri insetti fastidiosi che rappresentano per le rondini la principale fonte di cibo.

Anche la disponibilità di idonei siti dove collocare il nido, che è costituito da una coppa aperta di terra impastata di saliva e materiale vario,  posto sopra travi libere o in nicchie al riparo dalle intemperie, sono sempre meno reperibili, considerato che il recupero dei vecchi edifici di campagna segue tipologie architettoniche moderne, che tendono a isolare tutti gli ambienti da contatti diretti con l’esterno. Una sorta di sfratto per questi splendidi passeriformi.

Le travi libere dei portici, un tempo frequentate da numerose colonie di rondini, che rendevano le aie più vive e più gaie, come ce le descriveva il Pascoli  in molte delle sue poesie, vanno scomparendo, e con loro se ne vanno anche le rondini.

Ancora molto frequente, sotto le gronde dei nostri tetti, anche moderni, rimane il balestruccio. Bellissimo nella sua livrea nero-blu metallico e bianca, resta uno degli ospiti che possiamo ancora seguire in tutte le sue fasi riproduttive, dalla scelta del luogo migliore per costruire o ristrutturare il suo nido fino al primo volo dei piccoli.

Ne possiamo seguire  i volteggi acrobatici, fino a sfiorare i nostri balconi e le nostre teste, quando incitano i nuovi nati a prendere per la prima volta il volo.

I nostri tetti diventano così tutti dei piccoli campanili di San Giorgio, come per la gabbianella di Sepulveda, e l’emozione del primo volo, come per noi la nascita ha significato la scoperta della luce e dei suoni, diventa la scoperta del vento e della pioggia, della leggerezza di un sogno.

GALIZZI FLAVIO

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