IL MERLO

Copyright © 1999-2000 Baldovino Midali

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È stato il compagno melodico dell’infanzia di tutti. Compagno poiché non esiste angolo nelle città in cui non sia presente; gli basta un cantuccio nel giardino, ombroso e un po’ nascosto allo sguardo dei curiosi, dove poter mimetizzare il suo voluminoso nido e il gioco è fatto. In campagna lo sentiamo e vediamo dappertutto, i quanto sembra proprio prediligere gli ambienti antropizzati, e la presenza dell’uomo non rappresenta per lui un disturbo.

Il suo canto è il saluto melodioso all’inverno che ci lascia e alla primavera che avanza, e ci accompagna per tutta l’estate fino al sopraggiungere dell’inverno.

Fin da marzo la melodia del suo canto d’amore, che lancia nell’aria frizzante del mattino e ripete, incessante, al tramonto, ci indica che la sua compagna sta covando, di certo poco distante dal punto che sceglie per le sue serenate. Il maschio se ne sta impettito sulla cima dell’albero più alto del territorio di sua appartenenza, in atteggiamento di sfida nei confronti di possibili rivali, e se non bastano i segnali visivi e sonori a dissuaderli dal superare quegli invisibili confini territoriali che ha definito, non esita ad ingaggiare zuffe e inseguimenti il cui esito è sempre a favore suo.

 Quanti lettori hanno passato qualche minuto ad osservarlo in un momento qualsiasi della giornata! Ricordo con grande simpatia il suo comportamento indaffarato, e a volte persino goffo, quando è in caccia, alla ricerca di qualche verme sul verde del prato appena falciato dopo che è piovuto. Il suo sguardo è attento ad ogni movimento strano; egli sa bene che l’acqua che inzuppa la terra spinge i vermi a salire alla superficie, e quello per lui è un momento di grande abbondanza. 

Individuata la prede si avvicina veloce, saltellando o con un voletto deciso, e il suo becco si stringe sicuro a ghermire; a volte deve tirare pazientemente per estrarlo completamente dal terreno, ma il pranzetto è sicuro. Se deve portare il pasto ai suoi piccoli, e non si sente disturbato, lo possiamo osservare sminuzzare meticolosamente il vermetto, riempirsi con ordine il becco, e partire alla volta del nido. 

Quando ha la prole, non si pensi che sia facile individuarne il nido; esso è stato costruito nel folto di un cespuglio, sicuramente di un sempreverde quando, alla prima covata di marzo, la maggior parte degli alberi, ancora spogli, non gli offrirebbe abbastanza sicurezza. Allora lo potremo scovare in una pianta di alloro, nella siepe di lauroceraso o nel fitto di un’edera che si arrampica su un muro o sul tronco di un vecchio albero.

Se osserviamo il suo volo di avvicinamento al nido, e siamo pazienti, noteremo che non è mai diretto all’albero o alla macchia dive se ne stanno i suoi piccoli; egli fa almeno due tappe prima di andare deciso da loro. Un’astuzia che inganna l’osservatore superficiale, e distrae il curioso o il monello che vorrebbe predarne la prole. 

Nei tempi in cui la fame non lasciava chance molte nidiate ne hanno fatto le spese, ma non mi duole pensare che abbiano reso allegra qualche pur misera cena.

Oltre al melodioso canto d’amore si conoscono almeno altri tre modi di cantare, ciascuno corrispondente ad un suo preciso modo di mandare messaggi: un ripetuto cac-cac-cac quando percepisce un pericolo, un rapido ki-ki-ki forte e metallico quando fugge spaventato o lotta con i rivali e una sorte di miagolio quando segnala ai piccoli un possibile pericolo.

Nel bosco lo troviamo spesso, in autunno, tra i rovi, dove ricerca le gustose bacche di cui è molto ghiotto, nei vigneti, che saccheggia dell’uva matura e dolce, oltre che sulle piante di sorbo, di cui si rimpinza prima dell’arrivo della stagione fredda.

Si nota anche nel merlo, almeno per le popolazioni di montagna, un discreto movimento migratorio, anche se la maggior parte delle popolazioni può essere definita stanziale.

Le covate, solitamente tre nel corso dell’anno, contengono mediamente quattro uova, permettendo alla specie una sicura discendenza.

A fine inverno, quando i maschi diventano territoriali e attendono che le femmine li “scelgano”, diventano assai litigiosi; allora non è difficile osservarli quando lottano e si inseguono anche nel fitto. Scacciato il rivale il dominante torna rapidamente a sorvegliare il territorio, nervoso, guadagnando con rapidi voli la sommità di una recinzione o la cima di un alberello ancora spoglio, tenendosi sempre ben in vista. 

Quando atterra sui posatoi inarca a mo’ di vessillo la coda, muovendola spesso ritmicamente, per esasperare il segnale visivo della sua presenza.

La sua livrea, di un colore nero intenso, non raramente possiamo vederla spruzzata da qualche candida piuma bianca, un segno distintivo di raffinata eleganza.

GALIZZI FLAVIO

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