Civetta capogrosso

Copyright © 1999-2000 Baldovino Midali

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Di Marco Mastrorilli  flammeus@libero.it

 La luna sembra giocare con le nuvole, luci ed ombre della notte modellano le profondità del bosco; anche la piccola e prudente Arvicola delle nevi tenta una sortita ai margini della radura. Una veloce uscita dalla tana e si ritrova ad "assaggiare" i ricercati petali del Tarassaco. Ignara di quanto sta per accadere, non si avvede del pericolo: dal mugheto all'improvviso un ombra esce allo scoperto: è una splendida Civetta capogrosso.  Una traiettoria perfetta, disegnata nel vento, pochi attimi e gli artigli affilati della Civetta capogrosso affondano nel collo della vittima. Ora, l'attesa dei 3 pulli di Civetta, affamati ed impazienti nella cavità scavata dal picchio nero, qualche anno fa, è finita.

Ogni sera, al lievitare della luna si rinnova il millenario duello tra le civette alpine e le piccole arvicole, un evento precluso ai nostri occhi dalle tenebre che solo le recenti conoscenze etologiche ci hanno confidato.

 La Civetta capogrosso Aegolius funereus è un piccolo Strigiforme (tra i 90 e 190 grammi!) dalle abitudini prettamente forestali, ben distribuita  negli areali boreali  risulta comune in tutta la taiga.

Lasciando l'habitat circumpolare, la Civetta capogrosso occupa in Europa gli spazi forestali Alpini e montani (è diffusa anche sui Carpazi e sui Pirenei) colonizzando in prevalenza i boschi localizzati sui crinali montuosi in una fascia altimetrica compresa fra i 1000 e i 2000.m.(optimum tra i 1200 e i 1600).

Sulle Orobie trova gli spazi adatti alle sue esigenze biologiche sui rilievi con coniferete (nell'ordine di preferenza abete rosso, abete bianco e larice) talvolta misti a latifoglie (faggio o pioppo tremulo).

Nel biennio 1997-98, durante alcune mie ricerche in Val Brembana, ho rilevato la presenza di una coppia territoriale di questa specie in Val Taleggio (provincia di Bergamo), in un bosco di latifoglie occupato da diverse coppie di Allocco.

Tali condizioni di simpatria sono alquanto inusuali, come documentato da monitoraggi approfonditi sulla Jura (Svizzera) e sui Pirenei ove la coabitazione tra Capogrosso e l' Allocco non è mai stata riscontrata.

Come la Civetta nana, anche la Capogrosso ama riprodursi in cavità create dai Picidi alpini (picchio nero e verde); un buon trucco per verificare l'eventuale occupazione della cavità-nido è quello di percuotere il tronco stesso; la Civetta capogrosso, temendo una possibile incursione della martora (sua temibile nemica), farà capolino dal buco per verificare quanto sta accadendo.

Come avviene per altri Strigiformi, durante la stagione invernale origina fenomeni di migrazione verticale, ecco perché in autunno viene catturata talvolta dalle stazioni d'inanellamento prealpine (localizzate, in provincia di Bergamo, Brescia e Trento, a quote inferiori rispetto all'areale riproduttivo). Ma il suo erratismo post-riproduttivo, conduce sovente questo Strigide, anche lontano: nel 1997, ad esempio un individuo adulto venne inanellato a 170 metri d'altezza, nel parco di S. Bartolo (provincia di Pesaro) !!!

Generalmente manifesta la sua territorialità con vocalizzazioni più intense durante la primavera; il suo canto echeggia nelle vallate al crepuscolo ed all'alba,  ma in occasioni di nevicate tardive, di giornate con foschie o pioggia non è inusuale sentirla cantare anche di giorno.

Dal punto di vista trofico nonostante le modeste dimensioni, la Civetta capogrosso evidenzia notevoli capacità predatorie: riesce a catturare con una certa frequenza i micromammiferi che vivono nelle radure degli ecosistemi forestali come arvicole, toporagni e topi selvatici.

Come avviene per molti rapaci (notturni e diurni) circumpolari, si assiste a cicliche fluttuazioni demografiche correlate alle esplosioni demografiche dei micromammiferi. Nella vicina Svizzera, è stato verificata una correlazione tra l'abbondanza dei topi selvatici (gen. Apodemus) e il successo riproduttivo della Capogrosso; del resto il prelievo dei topi selvatici  offre un notevole contributo in biomassa nell'economia trofica di questo Strigide.

In uno studio sull'alimentazione della Civetta capogrosso, svolto in un'area di boschi misti (conifere e latifoglie nel Parco della Val Troncea, Piemonte) fu rilevato un consistente prelievo su alcune specie di Gliridi come il Quercino (che trova in questo sito web un suo spazio con splendide  immagini) ed il Moscardino.

Una piccola curiosità, riguarda proprio la predazione di questi roditori: sia i Gliridi che i topi selvatici hanno le code lunghe, delicate e fragili: ne consegue che durante le aggressioni da parte dei predatori, nel tentativo riuscito di fuga, perdono la pelle superficiale di queste "appendici". La coda "scorticata" in seguito secca e si stacca lasciando al povero roditore un ridotto moncherino.

Anche gli uccelli rientrano nella dieta di questa piccola civetta di montagna, tra le specie rinvenute durante gli studi in Italia ricordiamo: fringuelli, regoli, luì, scriccioli, pettirossi ma anche il Picchio muratore, la Ghiandaia, il Tordo bottaccio.

E' indubbio che il fascino della Civetta capogrosso sia insito nel suo profilo etologico, che la porta ad essere schiva ed elusiva: ecco perché il suo avvistamento merita sempre un posto di rilievo nel taccuino di ogni escursionista. Buone osservazioni.

 Inizio Pagiina